L’ipnosi della visione
L’ipnosi della visione è un’esperienza antica.
La potrei chiamare un’esperienza greca ed ora ti spiego perché.
Il cristianesimo come l’ebraismo e l’islamismo, oltre che religioni, sono anche culture, culture dell’udito.
Per loro si tratta di udire, di udire la parola di Dio, del profeta e poi di seguirne i dettami.
La cultura greca è invece una cultura del vedere, una cultura della visione.
I greci contemplano il bello al quale conferiscono il massimo dei valori.
Il bello è esperibile con gli occhi, con la visione, non con l’udito.
Per il greco la forma è sostanza.
Per la grecità non esiste un vedere univoco, essa discerne tra la visione contemplativa della bellezza pura e semplice, senza scopo, solo per il piacere, e la visione animata da un fine, da un obiettivo; quest’ultimo è il vedere della scienza e della tecnica. L’immagine visiva per il greco della grecità classica, ti permette di arrivare oltre i territori del ragionamento, ti consente di capire che con l’intelletto non raggiungi mai il reale oltre la forma.
Ma c’è di più.
Platone ci dice: “Se uno, con la parte migliore del proprio occhio (la pupilla), fissa la parte migliore dell’occhio dell’altro, vede se stesso”.
È questo il motivo per cui è così difficile sostenere lo sguardo dell’altro.
La difficoltà non è legata alla nostra ritrosia di rivelarci all’altro, ma alla nostra paura di svelarci a noi stessi. Noi non vogliamo guardarci, vogliamo mantenere la dimensione del non conosciuto di noi stessi.
Difendiamo un mistero che ci rassicura e ci preserva.
L’apertura del nostro sguardo alla conoscenza di noi può inquietarci.
Ecco perché preferiamo che i nostri occhi non siano il punto di corrispondenza di tutti i tratti dell’esistere.
Quando la visione diventa assoluta, senza prospettiva, senza riferimento, temiamo di perderci nello sconosciuto che è il nostro vedere veramente.
“Vedere” e “ideare” hanno la medesima radice nel verbo greco “idein”.
Platone direbbe che le idee sono visioni che trascendono il visibile.
La grecità antica pensava che i poeti potessero vedere oltre il percepibile.
Per questo gli dei facevano loro il “dono” della cecità.
Questo dono in cambio dell’”epopteia”, della “vista superiore” la vista che va oltre il visibile.
Raggiunta l’”epopteia” venivano abitati dal dio, diventavano entusiasti (en-theos), così potevano modificare il respiro, creare l’ispirazione che generava, come un soffio invisibile, parole “ispirate”.
Visione, cecità, l’una, l’altra, tutte e due, nessuna delle due…
È questo che io ti propongo con la tecnica dei volti del passato, un viaggio nella visione senza spazio, senza confini.
Protagonisti i tuoi occhi, attori di un vedere fuori e di un vedere dentro, comunque di un vedere sempre oltre.
La tecnica Starai seduto, rilassato, immerso in una luce tenue e soffusa, nel confine rarefatto della semioscurità.
Sarai accompagnato da una ipno-musica speciale e davanti a te il viso di una persona con la quale sperimentare reciprocamente l’avventura della visione dei volti misteriosi delle vite passate.
Starai di fronte alla persona e da vicino fisserai il suo viso, i suoi occhi.
Mantenendo il tuo sguardo fisso sull’altro otterrai una limitazione del campo di coscienza e grazie a questo andrai in trance.
Quando ciò accadrà il tuo rilassamento sarà ancora più piacevole e il viso dell’altro si sfocherà e poi si trasfigurerà.
Si modificherà anche più volte in una successione di volti che riveleranno sempre una fisionomia diversa, sia che si tratti di visi umani o non umani.
I tuoi vissuti appariranno nel volto della persona che ti sta di fronte in una dimensione passata, ma potrebbe anche essere la persona che hai davanti che vedi in una visione di una sua vita precedente.
Plotino scrive che «l’occhio non vede sempre la luce esteriore ed estranea, ma vede, durante brevi istanti, prima della luce esteriore una luce che gli è più luminosa. O emana da lui di notte nell’oscurità o, se abbassa le palpebre, quando non desidera vedere nulla degli altri oggetti, proietta nondimeno una luce, o quando il possessore dell’occhio lo comprime, vede la luce che è in lui. Allora egli vede senza vedere ed è soprattutto allora che vede, perché vede la luce. Le altre cose erano solo luminose, non erano la luce».