L’ipnosi del Bardo: l’esperienza della morte vissuta da vivi

Dopo la morte e prima della rinascita

Nell’accingermi a trattare l’argomento morte o meglio come io la chiamo, “l’illusione della morte”, “il lasciare il corpo”, desidero citare uno scritto che amo particolarmente del grande Emanuele Severino scomparso a 91 anni, proprio qualche mese prima che io ultimassi questo mio libro. Così declama magistralmente il filosofo nel suo scritto dal titolo: “Avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia!”.

Si teme la morte perché la si confonde con l’agonia, con la sofferenza che sono fenomeni della vita. Ma dopo l’agonia che cosa c’è? Ecco dunque il problema della morte. La nostra cultura concepisce la morte come annientamento. Ma è davvero così? O la morte, piuttosto, è un proseguire infinito oltre il dolore che caratterizza la nostra vita? Quando mi chiedono se ho paura della morte o perché la guardo con serenità rispondo che l’Occidente crede che morire sia andare verso il nulla. Dobbiamo capire che questo che crediamo un andare nel nulla è, in verità, lo scomparire degli Eterni. Quando la legna diventa cenere, crediamo che si annienti la legna e nasca la cenere; ma se sappiamo guardare a fondo, vediamo lo scomparire progressivo di singoli eventi (la legna che brucia, poi che brucia un po’ meno, la cenere che compare…): la morte ci appare nella forma dell’agonia, morire è il progressivo scomparire degli Eterni che escono dal cerchio dell’apparire. Ma l’uomo è destinato alla Gioia. Ecco il tema della Gioia. Gioia, il superamento di tutte le contraddizioni che attraversano la nostra vita. Viviamo nella contraddizione, ma esiste un luogo in cui ogni contraddizione è oltrepassata? E noi, che cosa siamo, rispetto alla totalità di quel luogo? Quel luogo non è, forse, ciò che realmente siamo? La risposta è “sì, siamo quel luogo”. Un luogo che chiamo Gioia. Gioia non è la felicità, che è sempre una volontà soddisfatta. La Gioia, invece, è infinitamente più alta. Non è volontà, ma eliminazione di ogni contraddizione. Ecco perché avvicinarsi alla morte è avvicinarsi alla Gioia”.

— Emanuele Severino

L’ipnosi del Bardo e l’esperienza della morte vissuta da vivi

L’ipnosi del Bardo, e qui non parliamo dell’ipnosi regressiva alle vite precedenti, è l’esperienza della morte fatta da vivo in stato ipnotico, scoprendo cosi che la morte non esiste! Il desiderio dell’immortalita e insito nell’uomo da quando la consapevolezza della morte fece nascere in lui la necessita di esorcizzarne il timore con la rappresentazione ed il rito. Trasmutare l’istante che ha fine oltre la soglia dell’ingresso al nulla.

Esorcizzare il tempo ritualizzandone il passaggio verso l’ignoto, un tentativo infinito. L’uomo nei secoli si e prodigato con il rito e la rappresentazione ma non ha mai scacciato del tutto la madre di tutte le paure: la paura della fine o per dirla in termini psicologici, “L’angoscia di morte”. La morte, la fine di tutto e per Virgilio nell’Eneide, nel Libro VI: “L’esecrabile palude dalla triste onda”.

Come uscire da questa “palude”? Con teorizzazioni intellettuali? Con edulcorate speranze? Con il conforto religioso, importante e degnissimo ma spesso scarsamente efficace? Puo essere utile l’esperienza spirituale diretta della morte. Lo sperimentare la morte da vivi, vedere e sentire la continuita della vita nell’oltre che ci precede e che inevitabilmente ci attende.

Sentire nel corpo con le emozioni che la fine non c’e, abbracciare per sempre la continuita, questo e possibile con l’ipnosi del Bardo. Rivivere la sensazione chiara e netta di essere stati vivi prima e di esserlo ancora nell’oltre. L’ipnosi del Bardo: “Il Bardo è un processo intensivo di ipnosi e si possono anche dare indicazioni per il futuro all’anima che sta uscendo dal corpo. Entrambe le cose possono essere fatte. Con suggestioni post-ipnotiche si può preservare il corpo”. Osho, da “I Celebrate Myself” – discorso n. 2 – 14 febbraio 1989.

Il Bardo Thodol, il libro tibetano dei morti

Il Bardo Thodol, o libro tibetano dei morti, fu scritto dal maestro Padma Sambhava, tra l’VIII e il IX secolo, per la comprensione profonda dei buddhisti indiani e tibetani. Questo libro rimase segreto e nascosto fino al XIV secolo quando Karma Lingpa, lo “scopritore di tesori”, lo ritrovo. Il testo parla delle esperienze di coscienza che si manifestano nello stato intermedio tra la morte e la rinascita e questa condizione intermedia in tibetano si chiama bar-do.

Jung defini il Bardo Thodol “un libro di istruzioni per la persona appena defunta, destinato a servirle da guida durante la sua esistenza bardo”. Per il grande psicoanalista svizzero questo testo era una sorta di manuale pratico per il viaggio “senza corpo” nell’“aldila” e lo considero utile anche per colui che desidera approfondire la conoscenza della propria esistenza attraversando i misteri della psiche. L’appellativo di “Il libro tibetano dei morti” si deve all’antropologo statunitense Walter Evans-Wentz, il quale pubblico in inglese nel 1927 la traduzione fatta dal Lama Kazi Dava-Samdup. Fu appunto Evans-Wentz a dare questo titolo, “Il libro tibetano dei morti”.

La vera intestazione tibetana, Bardo thos grol, non vuol dire pero il libro dei morti. Bardo (bar-do) significa, come accennavo prima, “condizione intermedia” e il titolo piu corretto di questa opera sarebbe “Il grande libro della liberazione naturale attraverso la comprensione nello stadio intermedio”. Lo stadio intermedio per i tibetani e rappresentato da sei fasi, tre piu tre: tra il sonno e la veglia, tra la veglia e “l’assorbimento profondo” e tra la morte e la rinascita, poi altri tre stati transitori durante la fase di morte-rinascita.

I termini thos grol indicano la liberazione immediata che si sperimenta quando si ottiene la vera consapevolezza grazie all’insegnamento di questo libro. Con cio che si apprende con questo testo si vivra lo stato intermedio con una consapevolezza chiara e profonda ma soprattutto immediata. Il libro si compone di tre parti: la prima, si chiama Chikhai-Bardo e si occupa degli eventi psichici al momento del trapasso; la seconda, Chonyid-Bardo, descrive e approfondisce lo stato di sogno che si manifesta alla morte e la terza, definita Sidpa-Bardo, esamina gli eventi prenatali e il momento della nascita, o meglio, della ri-nascita.

Per l’insegnamento del Bardo Thodol e proprio nel momento della morte che si ottiene la più grande possibilità di comprensione della realtà. Questa comprensione permette poi la completa liberazione. Vediamo insieme che cosa accade durante il viaggio dell’anima nel bardo. Nel momento preciso della morte la coscienza progressivamente si ritrae dalla materia fisica che ci componeva ed entra nel bardo.

Per 49 giorni nell’aldilà ci saranno esperienze che saranno decisive per stabilire come sarà la prossima vita dopo la reincarnazione. Abbandonato il corpo l’anima-coscienza, entra in una dimensione particolare nella quale appaiono tutte le proiezioni mentali. Tutte le cose che non sono state risolte durante l’esistenza non si disgregano nell’istante della morte ma diventano immagini mentali.

Il compito dell’anima-coscienza in transito, grazie all’insegnamento precedentemente appreso dal libro, e di rimanere cosciente e di non essere fuorviata ne spaventata dalle proiezioni mentali durante questo viaggio. Se durante questa fase si riesce a rimanere consapevoli, esiste l’opportunità di affrancarsi dall’eterno ciclo rotante di vita, morte e reincarnazione, per poi dissolversi estaticamente nella “Chiara Luce”. L’esperienza del Bardo in ipnosi e l’esperienza della morte che tu però fai da vivo. Ho brevemente descritto in modo certamente non esaustivo, l’aspetto del Bardo, la visione orientale del processo della morte.

La morte nei Misteri greci: la visione occidentale

Esiste pero anche una visione occidentale riferita al trapasso: quella degli antichi greci, la morte nei Misteri greci. Nel periodo arcaico dell’Ellade esisteva una spiritualita molto profonda e particolare, si chiamava i “misteri”. Il fine dei misteri era quello di far provare direttamente agli iniziati la realtà della dimensione metafisica.

Nella pratica dei ‘misteri’ c’era un approccio all’esperienza della morte di natura “sperimentale”! Questo avveniva creando con opportuni esercizi la scissione momentanea del legame tra il corpo e lo spirito. Questa disgiunzione era definita con la parola ekstasis che significa “allontanarsi” facendo riferimento al processo di separazione dello spirito dal corpo.

Per i misteri la conoscenza della morte era possibile solo sperimentandola gia da vivi. Bisognava imparare ad uscire dal corpo. Si trattava di fare prima quell’esperienza che ognuno fara alla conclusione della propria vita.

Questa eccezionale esercitazione avveniva lungo la frontiera che separa la vita dalla morte e la straordinarietà della prova richiedeva la segretezza assoluta da parte di colui che vi si sottoponeva. L’esperienza di varcare il confine dei confini, ovvero quello della morte, era riservata solo a persone selezionate, persone di una statura etica e di una forza spirituale di altissimo livello. La capacità di staccarsi dal corpo mentre si e in vita era praticata in Grecia in un’era in cui alcuni iniziati praticavano lo sciamanesimo.

Il termine sciamanesimo era derivato dalla lingua tungusa siberiana e indicava la capacità di essere intermediari tra il mondo della materia e la realtà dello spirito. I culti misterici della Grecia antica erano tre: quelli Eleusini, quelli Dionisiaci e quelli Orfici. A proposito dei culti orfici Orfeo, il quale possedeva qualita ‘sciamaniche’, andò nell’Aldilà per riportare in vita la sua prediletta Euridice.

Tornando ai culti chiamati “i misteri”, da mysteria, essi consistevano in una iniziazione con la quale si pensava che gli ierofanti, da ierophantes: “colui che mostra il sacro”, fossero in grado di condurre l’anima degli iniziati dopo la katharsis nella dimensione spirituale piu eterea. Facendo cosi, gli iniziati ottenevano la prova inconfutabile dell’esistenza di un altro mondo eliminando per sempre la paura della morte. L’iniziato sperimentando direttamente la propria natura spirituale otteneva l’illuminazione, l’epopteia, e raggiungeva l’ekstasis.

Questa era quindi una esperienza di morte in vita ma anche di vita nella morte, l’estasi dell’anima dal corpo. L’iniziato ri-nato dalla morte scopriva cosi l’inesistenza di quest’ultima. Plutarco che fu anche un sacerdote di Delfi, cosi scrisse: “L’anima al momento della morte, prova la medesima impressione provata da coloro che sono iniziati ai Grandi Misteri. La parola e la cosa si somigliano: si dice ‘teleutàn’ (morire) e teléisthai (essere iniziato). Prima vi sono delle cose a caso, penosi ritorni, inquietanti cammini interminati attraverso le tenebre. Poi, prima del termine, il fragore è al colmo, il brivido, il tremito, il sudore freddo, lo spavento. Ma poi una meravigliosa luce si offre agli occhi, si passa in puri luoghi e in praterie, dove risuonano voci e danze. Parole sacre e divine apparizioni ispirano un religioso rispetto. Allora l’uomo, perfetto ed iniziato, divenuto libero e passeggiando senza costrizione, celebra i Misteri con una corona sul capo, vive con gli uomini puri e santi, vede sulla terra la folla di quelli che non sono iniziati e purificati schiacciarsi e pressarsi nella palude e nelle tenebre e, per timore della morte, attardarsi nei mali, per l’errore di credere nella felicità di laggiù”.

Tra questa esperienza occidentale greca e quella orientale del Bardo ci sono similitudini straordinarie. “…prima vi sono delle cose a caso, penosi ritorni, inquietanti cammini interminati attraverso le tenebre. Poi, prima del termine, il fragore è al colmo, il brivido, il tremito, il sudore freddo, lo spavento. Ma poi una meravigliosa luce si offre agli occhi, si passa in puri luoghi e in praterie, dove risuonano voci e danze”. In queste parole riecheggiano le stesse esperienze del Bardo. Ma c’e di piu.

Quando Apuleio riporta la testimonianza di un iniziato li troviamo il concetto degli “elementi” che e lo stesso del bardo: “Raggiunsi il confine della morte, dopo aver varcato la soglia di Proserpina fui condotto attraverso tutti gli elementi, e ritornai indietro. A metà della notte vidi un sole lampeggiante di fulgida luce. Mi presentai al cospetto degli dèi inferi e degli dèi superni, e proprio da vicino li venerai” (Apuleio, Metamorfosi, 11, 23). Un’altra persona descrivendo la sua iniziazione realizzata ad Eleusi disse: “Uscii dalla sala dei Misteri sentendomi totalmente diverso” (in greco letteralmente: “straniero a me stesso”).

Platone in un passo del Fedro parla dei due diversi destini degli uomini: quello delle persone ordinarie avvinghiate alla sola vita dei sensi fisici i quali non arrivano mai alla vera conoscenza della Realta, e quelli che invece, grazie all’iniziazione, sono in grado di giungere alla “pianura della verita” perche hanno incentivato la parte piu elevata della loro anima, quella che “ha le ali”. Per Platone c’e una parte ‘inferiore’ dell’anima che e legata solo alla vita biologica del corpo e c’e una parte “superiore” dell’anima che e piu elevata, ha in se la consapevolezza e la razionalita piu sottile. La parte superiore dell’anima si orienta sempre nella direzione del Bene, del Bello e del Vero che sono per il filosofo greco i tre aspetti dell’Uno.

La tecnica dell’ipnosi del Bardo nell’ipnosi regressiva

La trance necessaria per raggiungere lo stato ipnotico adatto a vivere il Bardo, richiede una tecnica particolare che prevede, tra le altre cose, soprattutto la maggior deprivazione sensoriale possibile. Questa deprivazione e raggiungibile con una prolungata e apposita immobilita del tuo corpo. Questa staticità corporale, dopo il tempo necessario che occorre, causerà lo spegnimento parziale dei tuoi sensi esterni e dei tuoi propriocettori.

In questo modo la percezione dei tuoi confini corporei svanirà e non sentirai più di possedere un corpo che ti contiene e che ti delimita e lo stato di profondo rilassamento che ne seguira produrra in te una benefica e piacevole risposta parasimpatica. La perdita degli stimoli sensoriali creerà nel tuo cervello una modificazione della sua attività bioelettrica facendolo stabilizzare nella fase delle onde theta. Potrà aver luogo cosi l’esperienza ipnotica del Bardo, la purificazione delle “porte” delle tue percezioni primarie…

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