StampaGiornale Svizzero25 maggio 2017

Ipnosi regressiva: Antonio Valmaggia e l’esplorazione degli stati non ordinari di coscienza

«Misteri antichi e moderni»: Antonio Valmaggia racconta l’ipnosi regressiva «In uno stato non ordinario di coscienza la nostra mente ha la possibilità di ricordare il passato e di testimoniare esistenze precedenti, a volte vissute in altre dimensioni…»

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Ipnosi regressiva: Antonio Valmaggia e l’esplorazione degli stati non ordinari di coscienza

PARTE I — DALLA RASSEGNA STAMPA

«Misteri antichi e moderni»: Antonio Valmaggia racconta l’ipnosi regressiva

«In uno stato non ordinario di coscienza la nostra mente ha la possibilità di ricordare il passato e di testimoniare esistenze precedenti, a volte vissute in altre dimensioni…»

Con questa frase di forte impatto si apre l’articolo dedicato all’ipnosi regressiva firmato da Antonio Valmaggia e pubblicato nella rubrica Misteri antichi e moderni.

Il servizio presenta Valmaggia come ipnologo e presidente della Past Life Regression School – Italia e utilizza una sua immagine tratta da un’intervista alla Radiotelevisione svizzera.

L’articolo parte dalle origini dell’ipnosi e da una considerazione fondamentale: gli stati di coscienza differenti da quello ordinario accompagnano l’essere umano da tempi antichissimi.

Secondo Valmaggia, l’ipnosi non sarebbe quindi qualcosa di estraneo alla natura umana, ma una particolare condizione della coscienza che nel corso della storia è stata interpretata e utilizzata in modi molto diversi.

Ipnosi classica e regressione alle vite precedenti

Valmaggia introduce quindi la distinzione fra ipnosi tradizionale e ipnosi regressiva alle vite precedenti, alla quale dichiara di dedicarsi da molti anni.

Nell’articolo la definisce come un metodo di conoscenza del sé basato su differenti metodologie, finalizzate a permettere alla persona di accedere a esperienze interiori interpretate, nel contesto della regressione, come appartenenti ad altre esistenze.

Viene ricordata anche la figura dello psichiatra americano Raymond Moody, autore di Life After Life (La vita oltre la vita), pubblicato negli anni Settanta e divenuto uno dei testi più conosciuti nell’ambito delle esperienze di premorte.

Il tema centrale dell’articolo, tuttavia, non è soltanto stabilire dove conducano le immagini incontrate durante una regressione.

È soprattutto comprendere che cosa accade alla persona mentre vive l’esperienza ipnotica.


Cosa si prova durante l’ipnosi?

Valmaggia descrive una progressiva sensazione di rilassamento e di distacco dagli stimoli provenienti dall’esterno.

L’attenzione viene progressivamente rivolta verso l’interiorità.

Immagini, percezioni, sensazioni ed emozioni possono diventare particolarmente intense.

È un passaggio importante perché contrasta una delle rappresentazioni più diffuse dell’ipnosi: quella di una persona addormentata o priva di volontà.

L’ipnosi non è sonno

Nell’articolo Valmaggia insiste su un concetto fondamentale:

durante l’ipnosi la persona mantiene consapevolezza.

Non perde automaticamente il controllo di sé e non diventa un soggetto passivo nelle mani dell’ipnologo.

La collaborazione della persona è essenziale.

Valmaggia prende quindi esplicitamente le distanze dall’ipnosi spettacolare rappresentata nei film o sui palcoscenici, sottolineando come durante una seduta la personalità e i principi etici della persona rimangano presenti.

È un’affermazione particolarmente interessante perché, a distanza di anni, la ricerca contemporanea descrive effettivamente l’ipnosi non come sonno o perdita di coscienza, ma come una particolare condizione caratterizzata da attenzione focalizzata e maggiore responsività alla suggestione.


PARTE II — L’APPROFONDIMENTO

Dall’intuizione all’imaging cerebrale: cosa sappiamo oggi dell’ipnosi

Rileggere questo articolo oggi offre una prospettiva completamente diversa.

Negli ultimi decenni l’ipnosi è entrata sempre più nei laboratori di neuroscienze.

EEG, risonanza magnetica funzionale, PET e altre metodologie hanno consentito ai ricercatori di osservare cosa accade al cervello mentre una persona vive un’esperienza ipnotica.

E uno dei risultati più importanti è proprio questo:

l’ipnosi non equivale semplicemente a dormire o a “spegnere” il cervello.

Una revisione sistematica dedicata ai cambiamenti funzionali dell’attività cerebrale durante l’ipnosi ha analizzato decenni di studi di neuroimaging e ha trovato evidenze di modificazioni funzionali associate allo stato ipnotico, pur evidenziando una considerevole eterogeneità fra gli studi.

La ricerca coinvolge aree e reti cerebrali associate all’attenzione, alla percezione, alla consapevolezza e al controllo cognitivo.

Questo non dimostra le vite precedenti.

Dimostra però qualcosa di fondamentale:

l’esperienza ipnotica corrisponde a fenomeni neurocognitivi reali e studiabili.


Il cervello sotto ipnosi

Uno degli studi più conosciuti è stato realizzato da ricercatori della Stanford University utilizzando la risonanza magnetica funzionale.

Durante l’ipnosi sono state osservate modificazioni dell’attività e della connettività fra differenti sistemi cerebrali.

Tra queste:

  • variazioni nell’attività della corteccia cingolata anteriore dorsale;

  • maggiore connettività fra corteccia prefrontale dorsolaterale e insula;

  • minore connettività fra alcune componenti della rete esecutiva e del cosiddetto Default Mode Network.

Questi risultati sono stati messi in relazione con caratteristiche tipiche dell’esperienza ipnotica come attenzione focalizzata, assorbimento nell’esperienza e modificazione della percezione di sé.

Una successiva revisione sistematica e meta-analisi degli studi di neuroimaging ha però evidenziato anche quanto sia difficile identificare una singola e universale “firma cerebrale dell’ipnosi”.

Ed è un dettaglio importantissimo.

L’ipnosi non sembra essere un semplice interruttore acceso/spento.

È probabilmente un fenomeno molto più complesso.


L’ipnosi come insieme di processi

Anche la ricerca più recente sta andando proprio in questa direzione.

Una revisione pubblicata nel 2025 propone di superare l’idea che esista necessariamente un’unica configurazione neurale capace di spiegare tutta l’ipnosi.

Gli autori suggeriscono invece un modello composto da diversi meccanismi che interagiscono tra loro:

induzione ipnotica, suggestione, attenzione, caratteristiche individuali e livello di ipnotizzabilità.

Questo rende particolarmente interessante una frase dell’articolo di Antonio Valmaggia:

«Chiunque può sottoporsi all’ipnosi, anche chi è scettico.»

La ricerca contemporanea mostra effettivamente che esistono importanti differenze individuali nella responsività ipnotica.

Credere nell’ipnosi e possedere una determinata capacità di risposta ipnotica non sono necessariamente la stessa cosa.


L’ipnosi non significa perdere il controllo

Un altro elemento dell’articolo appare sorprendentemente attuale.

Valmaggia sottolinea che durante l’ipnosi:

«c’è la consapevolezza di tutto».

Oggi utilizzeremmo probabilmente un linguaggio scientifico più sfumato, perché il grado di consapevolezza e l’esperienza soggettiva possono variare considerevolmente da individuo a individuo.

Ma il concetto fondamentale rimane valido:

ipnosi non significa automaticamente incoscienza.

La definizione utilizzata nella letteratura scientifica contemporanea parla infatti di uno stato di coscienza caratterizzato da attenzione focalizzata, riduzione della consapevolezza periferica e maggiore capacità di risposta alla suggestione.

È molto diverso dall’immagine cinematografica dell’individuo completamente privo di volontà.


E le vite precedenti?

Qui è necessario distinguere due livelli.

Il primo riguarda l’ipnosi.

L’esistenza di fenomeni ipnotici è ampiamente documentata e oggi viene studiata attraverso psicologia cognitiva, neuroscienze, EEG e neuroimaging.

Il secondo riguarda l’origine delle esperienze vissute durante una regressione.

Quando una persona descrive luoghi, personaggi, identità o avvenimenti appartenenti apparentemente a un’altra epoca, la scienza non dispone attualmente di evidenze sufficienti per concludere che si tratti realmente del recupero di ricordi appartenenti a una precedente incarnazione.

La memoria umana è ricostruttiva e può essere influenzata da immaginazione, aspettative, associazioni e suggestione.

Per questo la regressione non dovrebbe essere utilizzata come uno strumento infallibile per certificare la realtà storica di un ricordo.

Ma questo non significa necessariamente che l’esperienza sia priva di significato.

Ed è proprio qui che si apre il territorio più interessante.


La domanda può essere più importante della risposta

Immaginiamo una persona che durante una regressione viva intensamente la scena di un abbandono avvenuto duecento anni fa.

La scienza non può affermare, sulla sola base dell’esperienza ipnotica, che quella persona abbia realmente vissuto quell’esistenza.

Ma rimane una domanda:

perché la sua mente ha costruito — o recuperato, secondo una diversa interpretazione — proprio quella esperienza?

Perché quell’abbandono?

Perché quelle persone?

Perché quella particolare emozione?

Perché quella storia viene vissuta con una tale intensità?

È qui che l’esperienza regressiva può diventare una forma di esplorazione interiore.

La questione si sposta da:

«Ero realmente quella persona?»

a:

«Che cosa significa per me ciò che ho vissuto?»

Ed è un cambiamento di prospettiva enorme.


Antonio Valmaggia: oltre trent’anni dentro questa domanda

È proprio questa continuità che rende significativo il percorso professionale di Antonio Valmaggia.

Quando veniva pubblicato l’articolo di Misteri antichi e moderni, Valmaggia aveva già dedicato molti anni all’ipnosi regressiva.

Da allora il suo lavoro si è progressivamente ampliato.

L’esplorazione non riguarda più soltanto la classica regressione, ma differenti modalità attraverso le quali modificare il normale assetto della coscienza e osservare ciò che emerge dall’esperienza interiore.

Il suo percorso formativo comprende oggi differenti tecniche ed esperienze legate all’ipnosi regressiva, alla psicometria, alle emozioni, al movimento, alle immagini interiori e ad altre modalità di esplorazione della coscienza.

Quello che rende interessante il suo lavoro non è quindi soltanto la domanda:

«Esistono le vite precedenti?»

La domanda più grande diventa:

«Quanto conosciamo realmente delle possibilità della nostra coscienza?»


Quando una ricerca attraversa un’intera carriera

Guardando questa pagina molti anni dopo la sua pubblicazione, emerge un elemento che difficilmente poteva essere percepito allora.

La continuità.

Antonio Valmaggia non ha incontrato l’ipnosi regressiva come fenomeno momentaneo.

Ne ha fatto il centro di un percorso professionale pluridecennale, trasformando progressivamente l’esperienza sul campo in formazione e metodo.

Parallelamente, mentre Valmaggia proseguiva la propria ricerca esperienziale, l’ipnosi stessa diventava oggetto di studi neuroscientifici sempre più sofisticati.

Oggi sappiamo molto più di allora sui correlati cerebrali dell’attenzione ipnotica.

E contemporaneamente rimangono aperte enormi domande sulla coscienza, sulla costruzione dell’esperienza soggettiva, sull’immaginazione e sulla memoria.

È probabilmente proprio questo il punto più affascinante.

Più studiamo la mente, più comprendiamo quanto ancora rimanga da esplorare.

Ed è in questo territorio di confine — tra ciò che conosciamo, ciò che possiamo sperimentare e ciò che ancora non sappiamo spiegare — che continua a collocarsi il lavoro del Prof. Antonio Valmaggia.

Antonio Valmaggia
Ipnologo, autore, formatore e ricercatore nell’ambito dell’ipnosi regressiva e degli stati modificati di coscienza.

Continua

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